
Menzionando la recensione di Gran Turismo, nella quale si parlava dei tanti talenti all’interno del genere fantascientifico, non ci sono dubbi: l’unico che sembra essere rimasto con i piedi per terra e quindi fedele alla propria vena autoriale è Gareth Edwards. Un regista che il più delle volte viene bistrattato, vittima di un pubblico – quello dei blockbuster – pretenzioso e alla costante ricerca della novità. Ciò che sottovalutiamo del cinema di Edwards è la straordinaria capacità di regalarci atmosfere uniche all’interno di contesti già visti in precedenza, ma che qui vengono raccontati con un tale amore verso la settima arte da rimanere completamente incantati. Dopo un degno contributo all’interno del franchise di Star Wars (quindi alle prese con un budget molto più grande), ovvero Rogue One, il regista torna alle origini, realizzando un film con poca spesa e massima resa. Raccontando un’esistenza dove l’intelligenza artificiale e il dolore umano la fanno da padrone, l’autore prende spunto a piene mani dai cult del passato: Blade Runner, Akira, Terminator. Titoli che vengono volutamente menzionati attraverso le immagini, i luoghi e i vari personaggi che circondano la storia per sottolineare, ancora una volta, quanto ad Edwards non interessi minimamente risultare originale, se non a livello scenico. Al film interessa raccontare di una guerra, di un conflitto tra umani che ha reso insensibili i personaggi e dove un essere di natura robotica può facilmente confonderci con le sue emozioni e intenzioni. Tematiche che possono risultare banali, soprattutto nel 2023, dove ormai il genere ha raggiunto vette quasi irraggiungibili, ma con le ali dell’ambizione completamente spente il film si concentra principalmente sul suo obiettivo di intrattenere.

Il protagonista, interpretato da un John David Washinghton non sempre in grande forma, è un personaggio dilaniato dal dolore e costantemente aggrappato ad una speranza. La caratterizzazione funziona fino a un certo punto, così come i personaggi che gli ruotano attorno. Per quanto il sentimento riesca a tenere vivo lo spettatore, bisogna ammettere che lo spazio per raccontare diverse dinamiche poteva essere sfruttato in maniera completamente diversa, magari con delle spiegazioni che illustravano al meglio anche il suo world building. Nulla di così fastidioso, per carità, ma le domande a fine visione non possono che risultare obbligatorie. Tuttavia il film si riscatta continuamente grazie ad una messa in scena fantastica e che nelle scene più importanti, ovvero quelle dove l’azione è preponderante, risulta profondamente ipnotica. Scene che raggiungono un incredibile risultato grazie anche ad una colonna sonora impattante e perfettamente in sintonia con il mondo ricreato da Edwards.
Con The Creator, lo spettatore prende sempre più consapevolezza di trovarsi davanti ad un regista dal talento cristallino, una mente brillante, ma che in fin dei conti non ha ancora dato prova di una vera e importante maturità. Tuttavia non possiamo che rimanere affascinati dalle immagini e dall’amore che questo autore nutre per le sue opere. Gareth Edwards è uno dei pochi autori a trattare la fantascienza con rispetto e che vi piaccia o no, questo è un elemento fondamentale per il futuro del genere.
Scritta da Simone Martinelli






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