
Una filmografia di tutto rispetto quella di Alex Garland. Un autore completo, il più delle volte sottovalutato, con idee sempre originali e affascinanti. Tuttavia le sue produzioni si contano sulle dita di una mano. Nonostante ciò, fanno discutere le ultime dichiarazioni sul suo presunto “ritiro” cinematografico. A quanto pare Garland si sarebbe disinnamorato della settima arte a livello tecnico a tal punto di voler tornare solo ed unicamente a quello che faceva un tempo, ovvero la creazione di soggetti e sceneggiature. Quindi come dobbiamo considerare questa sua ultima pellicola? Partiamo dal principio, ovvero di che cosa parla Civil War? Il film è ambientato in un’America sull’orlo del collasso. Attraverso terre desolate e città distrutte dall’esplosione di una guerra civile, un gruppo di reporter, interpretati rispettivamente da Kirsten Dunst, Wagner Moura, Stephen McKinley Henderson e Cailee Spaeny, intraprendono un viaggio in condizioni estreme, mettendo a rischio le proprie vite per raccontare la verità. Niente di più e niente di meno. Seppur si tratti di un genere attinente al war movie, il regista, dopo il precedente Men, torna nuovamente a raccontare una storia dell’orrore, anche se qui non ha bisogno di inventare una storia di finzione per inquietare lo spettatore. Questo perché la storia racconta di un futuro non poi tanto lontano dal nostro presente, dove la crisi e il conflitto tra nazioni sta lacerando lentamente ciò che rimane della nostra umanità. Ed è proprio attraverso il personaggio di Lee che lo scrittore porta avanti il suo dilemma. Una figura stanca, autoritaria, che trova nella fotografia il suo unico mezzo di comunicazione.

Garland mette in scena uno spettacolo dove la violenza viene commessa in egual modo da tutti. Sia fisica che psicologica. Personaggi svuotati, a tratti indifferenti e destinati unicamente a salvare le proprie intenzioni. Allora ecco che le macchine fotografiche diventano in qualche modo un arma da esibire, proprio come un soldato la usa per spaventare e nascondere una paura facilmente leggibile ad occhio nudo. Un pretesto che serve prima di tutto a chi lo dirige per analizzare l’impassibilità e il cinismo che portano eventi del genere, soprattutto se si è nel campo da fin troppo tempo. La regia, equilibrata a dovere, si avvale di un ritmo costruito nei minimi dettagli, destinato ad esplodere nella parte finale come le bombe lanciate dai suoi personaggi. Sorprendono non poco le interpretazioni, dove viene fuori tutto il talento espressivo di un’attrice come Cailee Spaeny, che alcuni di voi avranno avuto modo di conoscere e ammirare nell’ultima fatica di Sofia Coppola, ovvero Priscilla. Una donna determinata, un po’ come in tutte le opere di Garland, che funge da mero escamotage per chiudere un passato doloroso e aprire un presente tutt’altro che roseo.
In definitiva, un’opportunità per riflettere sulle condizioni in cui ci troviamo, ma anche per chiudere una carriera registica tutt’altro che altalenante. C’è chi la definirebbe un’occasione persa, mentre altri avrebbero spinto ancora di più l’acceleratore su determinati argomenti. Ciò non toglie che Civil War, al momento, è il film più “orrorifico” che si possa trovare nelle sale.
Scritto da Simone Martinelli






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